Il rilancio della filiera delle pelli ovine e caprine in Iran

Nel 1399 del calendario iraniano, tra il 2020 e il 2021, la filiera conciaria del Paese affrontava gli effetti delle sanzioni e della pandemia. In questo articolo d’archivio Hassan Nasirian, direttore responsabile della rivista dell’industria conciaria, sostiene che rilanciare la lavorazione delle pelli ovine e caprine avrebbe consentito di mantenere in Iran più valore e posti di lavoro.

Materie prime, cambio e fondi per il rinnovo

Fra le sei misure proposte in precedenza, Nasirian richiama l’assegnazione di valuta per importare materie prime, il contenimento delle oscillazioni del cambio e il sostegno al rinnovo della filiera. All’epoca le importazioni di prodotti chimici erano riprese con difficoltà e il mercato valutario mostrava una relativa stabilità. Dopo anni di richieste era stato inoltre stanziato un primo importo per l’ammodernamento.

Il fondo proveniva in parte dai prelievi sulle esportazioni di materie prime del comparto. L’autore attribuisce il risultato al lavoro dell’ufficio tessile e abbigliamento del Ministero iraniano dell’Industria, delle Miniere e del Commercio, diretto da Mehrabi, e dei suoi tecnici.

Artigiano al banco di lavoro mentre distende una pelle marrone

Dalle concerie industriali all’esportazione di semilavorati

Con la chiusura di grandi stabilimenti come quelli di Moan, Charmineh Shiraz, Rudbar, Khorasan, Lorestan e Khazar Khaz, una parte della capacità di lavorazione andò perduta. Si affermò così l’esportazione di pelli allo stadio del piclaggio, note anche come salambour. Alcune iniziative degli anni Novanta puntarono a trasformarle in crust, pelle finita o articoli pronti per la vendita. Tuttavia, vendere il semilavorato all’estero era più semplice e consentiva di incassare prima.

Secondo l’autore, i grandi stabilimenti potevano trattare oltre sei milioni di pelli leggere l’anno, pari a circa il 40% delle pelli leggere ottenute nel Paese. Erano sorti negli anni Settanta con capitali anche esteri e macchinari moderni. Alcuni restarono attivi fino alla metà degli anni Novanta. Parte delle attrezzature passò poi a imprese e laboratori più piccoli, senza però ripristinare la produzione di pellami leggeri. Per il significato di piclaggio, crust e finitura, consulta il glossario della concia e dei pellami.

Investire nella lavorazione e nei prodotti finiti

Giacca rossa in pelle con zip, esposta su un manichino

Nasirian proponeva di rinnovare le unità esistenti e finanziare nuovi progetti, dalla concia fino al prodotto finito. Nel contesto descritto, 200 miliardi di rial erano stati destinati all’acquisto di macchinari e attrezzature tramite finanziamenti agevolati, nell’ambito di una misura per completare la catena del valore. L’autore considerava l’importo modesto a causa della perdita di valore della moneta, ma chiedeva che fosse reso disponibile rapidamente. Invitava inoltre le imprese a presentare al ministero progetti e fabbisogni concreti. Sul tema, leggi anche lo studio sul finanziamento delle concerie di Tabriz.

Il rapporto sulla produzione mondiale

Il rapporto richiamato nel testo indica che la produzione mondiale di pellami ovini e caprini passò da 4.685 milioni di piedi quadrati nel 2001 a 5.217 milioni nel 2010, con un aumento complessivo dell’11,3% e una crescita media annua di circa l’1,2%. Il dato complessivo nasconde oscillazioni: dopo la crescita fino al 2006, la produzione seguì una tendenza al ribasso.

Scarica il rapporto originale in persiano (PDF).

Autore del testo originale: Hassan Nasirian. Fonte indicata: Associazione delle industrie conciarie iraniane.

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