Tabriz, la campagna a sostegno delle calzature iraniane in pelle

Dall’archivio Dalir Leather. Le cifre e le dichiarazioni si riferiscono al periodo del reportage originale del quotidiano Shahrvand.

Nel bazar di Tabriz, molti negozi di calzature esponevano lo stesso cartello: «Vendiamo con orgoglio solo prodotti iraniani». In un mese, secondo l’associazione locale dei produttori, 400 negozi aderirono all’iniziativa per sostenere la produzione nazionale, in difficoltà per la concorrenza delle importazioni e delle merci di contrabbando. L’iniziativa si estese a Maragheh, Shabestar, Marand e Azarshahr, nella provincia dell’Azerbaigian orientale.

Negoziante mostra due mocassini con cartellini in persiano che indicano Tabriz e Cina

Come è nata la campagna

L’idea fu di Alireza Jabbarian-Fam, presidente dell’associazione dei produttori di calzature di Tabriz. Invece di rivolgere altri appelli alle autorità, decise di coinvolgere direttamente i negozianti. Quattro ispettori dell’associazione individuarono i rivenditori che vendevano esclusivamente calzature iraniane e distribuirono i cartelli. Anche alcuni negozi che vendevano prodotti esteri aderirono, ritirandoli dall’assortimento. Produttori del Khorasan espressero il loro sostegno e annunciarono l’intenzione di replicare l’iniziativa.

Nasser Haj-Hashemi, presidente dell’associazione nazionale dei produttori di calzature industriali e commerciante nel Gran Bazar di Teheran, raccontò a Shahrvand che alcuni produttori vendevano scarpe iraniane di buona qualità con etichette turche per incontrare le preferenze dei clienti. Disse di aver venduto soltanto calzature nazionali durante tutta la sua attività.

Importazioni e occupazione nel calzaturiero

Secondo i dati ministeriali citati dal reportage, in Iran si consumavano circa 100 milioni di paia di scarpe all’anno, di cui 30–35 milioni importate. Gli operatori ritenevano che il dato sottostimasse il contrabbando. Il dazio sulle importazioni di calzature, indicato al 75% per l’anno iraniano 1394, fu poi ridotto al 55% con l’obiettivo di limitare gli ingressi irregolari. Il reportage citava anche la presenza di calzature provenienti da Cina, Turchia, Vietnam e Corea.

Hamidreza Matin, allora responsabile provinciale per industria, miniere e commercio a Hamadan, stimava che le calzature cinesi rappresentassero circa metà del mercato iraniano e riferiva casi di prodotti importati venduti come iraniani. L’associazione dei calzolai di Tabriz stimava che, su circa 2.000 laboratori di calzature cucite a mano, ne fossero rimasti attivi circa 600. Jabbarian-Fam indicava 40.000 famiglie legate direttamente al settore e altre 150.000 indirettamente.

Le prospettive di esportazione

Jabbarian-Fam raccontò che una spedizione di calzature iraniane diretta in Turchia si era scontrata con un dazio del 70%, a fronte del 15% che, secondo lui, era applicato alle calzature cinesi. A Tabriz si lavorava anche a un consorzio per esportare in Kenya, Emirati Arabi Uniti, Armenia e Azerbaigian. Il reportage citava una stima della dogana iraniana di circa 120 milioni di dollari annui di esportazioni di calzature e osservava che, all’epoca, le vendite turche nel solo mercato iracheno valevano circa quattro volte quella cifra.

Per Jabbarian-Fam, dare fiducia ai produttori locali avrebbe potuto sostenere l’occupazione e consentire ai laboratori di investire nella qualità. Anche Dalir Leather aderì alla campagna. Per approfondire il materiale usato nelle calzature, consulta la guida alla pelle naturale o scopri come vengono prodotti i pellami bovini e caprini.

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